Doll Therapy, cos’è e qual è il suo utilizzo

Terapia della bambola, un aiuto alle persone con demenza

Il concetto terapeutico che si cela dietro l’utilizzo della bambola nella Doll Therapy si basa sulla teoria dell’attaccamento. Sebbene questa teoria si riferisca generalmente ai bambini, alcuni studiosi l’hanno applicata anche alle persone con demenza.

L’”attaccamento” si realizzerebbe, infatti, in situazioni con forte stress, non familiari e con elevato senso di insicurezza; tutti elementi presenti nei pazienti con demenza. La bambola potrebbe fungere da “oggetto transizionale”, un’ancora in un momento di incertezza simile a quella dei bambini nella fase di ingresso nell’età adulta.

La maggior parte dei sintomi psicologici e comportamentali dei pazienti con demenza come il ripetere la medesima domanda, piangere, ricercare il contatto fisico possono essere letti tutti come dei modi per soddisfare il loro bisogno di attaccamento. La bambola, in questi casi, potrebbe soddisfare il bisogno di vicinanza, contatto e rassicurazione, riducendo conseguentemente i suddetti sintomi psicologici e comportamentali.

Le bambole da doll therapy possono, inoltre, riportare alla memoria emozioni e vissuti riguardo l’esperienza di genitorialità, promuovendo sensazioni relative alle proprie capacità, quiete e benessere.

La doll therapy migliora la stimolazione sensoriale attraverso l’utilizzo del tatto e le capacità comunicative di chi la utilizza. Alcuni ricercatori hanno evidenziato anche un aumento dell’autostima degli utenti, sviluppatosi attraverso attività di cura nei confronti della bambola (come cantare delle ninne nanne) e un maggiore senso sicurezza.

È possibile che con questo utilizzo terapeutico le persone instaurino un legame con la bambola, simile ad un senso di protezione materno, cambiandole i vestiti, nutrendola e prendendosi cura di lei. Questa attività di cura è stata associata anche ad un aumento del senso di cura verso sé stessi e ad un miglioramento nelle attività svolte in autonomia.

Benefici della Doll Therapy

Diversi studi hanno riportato benefici in relazione all’utilizzo della bambola tra cui:

  • Riduzione dello stato di agitazione, dell’aggressività, del wandering (vagare in maniera confusa verso una meta imprecisata)
  • Aumento del livello di relazioni sociali e con l’ambiente esterno, dello stato di benessere della persona
  • Promozione di comportamenti positivi

Questi studi hanno anche indagato la percezione dei sanitari coinvolti – spesso infermieri – e dei caregiver. Ambedue le categorie sono mediamente propense a tale utilizzo, poiché riscontrano la riduzione dello stress correlato alla patologia sia da parte del paziente che di coloro che lo assistono.

Un recente studio (pilota, randomizzato controllato) non ha, invece, evidenziato una significativa riduzione dello stato d’ansia e di agitazione dei pazienti arruolati, ma ha rilevato come la bambola rappresentasse per le persone che la utilizzavano un’attività importante, piacevole, alla quale i sanitari coinvolti attribuivano anche un valido supporto a livello emotivo ed espressivo.

La doll therapy è ancora al centro di un dilemma etico; alcuni studiosi si interrogano sulla correttezza di utilizzo della bambola con delle persone in età adulta, in termini di rispetto della dignità personale e temendo, agli occhi dei familiari, una reazione negativa nel vedere il proprio caro regredire ad una condizione ritenuta quasi “infantile”.

L’OMS si batte da anni per la difesa dei diritti delle persone dementi e anche l’esclusione da una terapia come quella della bambola potrebbe rappresentare una limitazione nei diritti di questi pazienti.

Dato l’approccio mirato della bambola è necessario che la terapia stessa venga personalizzata, non tutti i pazienti con demenza possono trarre beneficio da tale utilizzo; alcuni possono mostrare interesse il primo giorno e poi perderlo nei successivi.

Si rende quindi necessario monitorare l’andamento della terapia, il livello di interazione con la bambola, anche per assicurarsi che l’eventuale legame instauratosi non richieda un impegno eccessivo da parte dell’utente, rischiando di affaticarlo o di limitarsi nelle proprie attività di cura.

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